La sera delle Sette Cene

bread-candle-rye-near-lighting-wooden-background-34564139Da anni ormai, noi amici ci troviamo il 23 dicembre per una cena di tradizione dell’Oltrepo, la “sera delle Sette Cene”. Per noi amici è sempre stato un momento molto intimo, una cena sentita, voluta e aspettata per rivivere l’antica tradizione. Un modo per rivedersi e godere della solennità di questo rito in un momento di frenesia come quello pre Natalizio.

Questa è una tradizione che ci è stata tramandata solo oralmente ed ora voglio darne ufficiale spiegazione, sperando che qualcun’altro la riporti in vita, per non perdere i valori importanti e fondamentali della nostra vita.
Mai come in questo momento sarebbe utile rispolverare questi riti e tornare a farli nostri.

Fin dal medioevo, nell’Oltrepò Pavese, per la cena dell’antivigilia di Natale si preparava un pasto “di magro” ma molto abbondante, costituito da sette portate.
Era concepito per affrontare il digiuno della vigilia, infatti noi in Oltrepo non festeggiamo il Natale con la cena del 24, ma con il pranzo del 25.

I contadini, che avevano ogni giorno problemi di sopravvivenza, sfruttavano “la sera delle sette cene” per riempirsi.
Gli ingredienti erano poveri e legati al territorio e alla natura, come pane, noci, aglio e cipolle.
Sette le portate che componevano il menù, come i peccati capitali, i giorni della creazione e le ore di luce in inverno.
Questa cena riprendeva anche l’antico rito dei saturnali, che festeggiavano la fine della fase discendente del sole sull’orizzonte e l’inizio di quella ascendente, che terminava con il solstizio d’estate.

Questa cena di magro era un intreccio di simbologie pagane, ma andiamo a vedere insieme anche il significato di ogni portata.
Ogni piatto o ingrediente legato a questo momento conviviale acquistava un immenso potere; tutto era carico di magia e significato.
Il pane, grazie alla leggenda tramandata per secoli in conventi e monasteri, diventava oggetto di grande importanza, infatti secondo questa Gesù Bambino venne nascosto in un contenitore con della pasta di pane in un momento di pericolo durante la fuga in Egitto. Da ricordare che a quei tempi gli ebrei preparavano il pane senza lievito, ma quella pasta in cui fu avvolto Gesù lievitò fino ad avvolgere e nascondere il Bambino.
Da qui la considerazione quasi sacra del processo di lievitazione. Si aveva, infatti, una cura speciale per conservare “âl cârsént”, l’unico modo per poter fare il pane la volta successiva.
In occasione della “cena delle sette cene” il capo famiglia deponeva sulla tavola un grosso miccone, contraddistinto da un bastoncino, e a fine pasto ne distribuiva dei pezzetti allo scopo di preservare dalle malattie.
La tradizione voleva che il pane avanzato veniva tenuto da parte fino a Sant’Antonio, ovvero il 17 gennaio, per darne dei bocconi agli animali della stalla, per proteggere anche loro tuto l’anno dalle malattie e dalle disgrazie.
La sacralità del pane era data anche dal segno di croce tracciato con la lama del coltello sull’impasto prima della lievitazione.
Un altro piatto ricco di simbologia era la torta di zucca, che, con il suo colore, richiamava il sole, nutrendo non solo il corpo con la sua energia.
L’aglio e la cipolla, venivano portati in tavola e nelle pietanze con lo scopo di allontanare gli spiriti malefici. Li si mettevano nell’insalata di barbabietole e peperoni, nelle cipolle ripiene e nel sugo dell’”âjà” (agliata), usato per condire le tagliatelle, tagliate larghe per poterle chiamare “fasce del Bambino”.
Le noci, ingredienti di base del sugo, indicavano prosperità e fecondità, mentre l’uvetta, presente nel merluzzo, era simbolo di abbondanza e rendeva importante un piatto povero.

Ho scoperto tra l’altro tra l’altro, che l’usanza, presente nell’Oltrepò Pavese fin dal medioevo e tramandata solo oralmente, è stata ricostruita da Piera Spalla Selvatico nel 1987 ed è insignita del marchio De.Co. (Denominazione Comunale – Comune di Rivanazzano Terme). Proprietari di un noto e elegante ristorante proprio qui in zona: Ristorante Selvatico, a Rivanazzano Terme appunto, dove potrete degustare la Cena delle sette cene proprio il 23 dicembre.

Vi riporto le sette portate che la sig.ra Selvatico è riuscita a recuperare:

  • Insâlàtâ âd bidràv, püvrón e inciùd – Insalata di barbabietole, peperoni e acciughe
  • Turtâ d’sücâ – Torta di zucca
  • Sigùl cul pen – Cipolle ripiene
  • Fas dâ Bâmbén cun l’âjà – Fasce del Bambino con l’agliata
  • Mârlüs cun l’üvâtâ – Merluzzo con l’uvetta
  • Furmâgiâtâ cun mustàrdâ – Formaggetta con mostarda
  • Per giâsö cöt cun i câstégn – Pere ghiacciolo cotte con le castagne.

Ad alcuni potrebbe suonare strano trovare dei pesci di mare come le acciughe in un menù medievale dell’Alto Oltrepò Pavese, infatti questo è dovuto alla “via del sale” che collegava Genova a Varzi, e da lì a Pavia. In quei periodi, questa era una via percorsa dai commercianti di sale che facevano arrivare nelle nostre terre i prodotti ittici conservati con il sale.

Ogni anno noi festeggiamo questo rito che ormai fa parte delle nostre celebrazioni di Natale e come tale è un appuntamento immancabile a partecipiamo con gioia.
Mi auguro con questa spiegazione di tramandare questa tradizione e farla vostra.

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